Caffè Moak

Caffè Moak

La Storia di Caffè Moak

Era il 1967 quando Giovanni Spadola acquistò una Petroncini da 15 kg e iniziò a tostare i più pregiati chicchi al mondo che chiamò Caffè Moak. Oggi quella piccola torrefazione, guidata con la stessa passione dai figli Annalisa e Alessandro, è una Holding, modello di impresa visionaria, che ha saputo innovarsi investendo sulla modernizzazione e sul patrimonio intellettuale.

A cinquant'anni di attività, Moak rappresenta il marchio del buon “made in Italy”, dove ricerca, innovazione e una comunicazione orientata all'impegno culturale, si fondono in un prodotto di altissima qualità.

Caffè Moak: 50 anni di passione

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Caffè Moak ha appena compiuto 50 anni e il desiderio è di celebrarli con ciò che sanno fare meglio: guardare al futuro. Moak oggi è una coffee company animata dalla stessa passione per il caffè e la voglia di innovarsi.

Project Colonial

Colonial è il nuovo progetto che celebra la storia di Moak, iniziata con Giovanni Spadola nel 1967. Da qui la scelta di utilizzare gli elementi grafici non solo per raccontare, ma anche per esprimere il concetto di terra intesa come “custode di radici”, dove modernità è anche saper guardare al passato. Abbiamo pensato che parlare attraverso le nostre miscele di persone e storie vere, potesse in qualche modo accompagnare il consumatore alla conoscenza di Moak.

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Nelle miscele Dolce Vita e Special Bar, tradizione e innovazione si svelano nei colori caldi e nelle illustrazioni, che sintetizzano la storia dei paesi produttori e degli antichi metodi di raccolta del caffè. In Passenger l’immagine sul pack illustra una delle prime giardinette con due passeggeri, uno più anziano ed uno più giovane, a ricordo degli inizi del fondatore che insieme al padre andava a proporre le sue prime miscele. (rif.musicale “The passenger” di Iggy Pop).

Dreamland, infine, rappresenta la terra dei sogni, che è spesso il luogo ambito per chi inizia una nuova avventura, come quella che Giovanni Spadola sognava di raggiungere. (rif.musicale “Dreamland” di Joni Mitchell).

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